Le emozioni nel Coaching: risorse oppure ostacoli?

Le emozioni nel Coaching: risorse oppure ostacoli?

Le emozioni sono tra i motori più potenti dell’agire umano, gli strumenti di Coaching permettono sia al Coach sia al coachee di trasformarle in risorse. 

di Jessica Fantinato

 

Le emozioni sono tra i motori più potenti dell’agire umano.
Tutti ne abbiamo esperienza ma non sempre piena consapevolezza.
Riconoscere l’emozione che stiamo vivendo e i fattori che l’hanno scatenata è il primo passo per riuscire a costruire una strategia efficace per poterla gestire.

Nella relazione di Coaching, sia Coach che coachee vivono delle emozioni.

In che modo queste possono rappresentare delle risorse?

Come potrebbero invece ostacolare il processo?

Se, come affermato dall’Enciclopedia Treccani, un’emozione è un “processo interiore suscitato da un evento-stimolo rilevante per gli interessi dell’individuo”, quali potrebbero essere, nell’ambito di una sessione di Coaching, gli eventi-stimolo per il coachee?

Gli strumenti di Coaching e le emozioni come risorse

La risposta sta negli strumenti del Coaching, grazie ai quali il Coach può fornire al coachee degli stimoli in grado di scatenare un processo interiore.
In particolare:

  1. Le domande, specialmente quelle potenti, cioè aperte, brevi e dirette, neutre, di processo, nel flusso;
  2. L’ascolto, in silenzio;
  3. Le riformulazioni, elaborate a partire dal linguaggio del coachee;
  4. Il feedback, con il quale il Coach può dare al coachee, dopo averlo osservato e ascoltato, un rimando non solo sull’uso delle parole (linguaggio verbale), ma anche sulle sue espressioni del viso, posture e gesti (linguaggio non-verbale) e voce (para-verbale).

L’Enciclopedia Treccani aggiunge inoltre che “La presenza di un’emozione si accompagna a esperienze soggettive (sentimenti), cambiamenti fisiologici (risposte periferiche regolate dal sistema nervoso autonomo, reazioni ormonali ed elettrocorticali), comportamenti ‘espressivi’ (postura e movimenti del corpo, emissioni vocali).”

Allenando le proprie capacità di osservazione e ascolto, oltre che fare domande potenti, il Coach può dunque mettere a disposizione del coachee, attraverso il feedback, un set di informazioni, rilevate nei comportamenti espressivi del coachee stesso in conseguenza agli stimoli sottoposti che, diversamente, il coachee non potrebbe mai cogliere.

Osservare la reazione emotiva del coachee agli stimoli sottoposti dal Coach attraverso gli strumenti del Coaching (domande, ascolto, riformulazioni, feedback), può essere utile a:

  1. Raccogliere possibili elementi di congruenza o incongruenza comunicativa tra la comunicazione verbale, non-verbale e para-verbale del coachee;
  2. Fornire al coachee, se e quando opportuno, in maniera neutra e con il suo permesso, un feedback osservativo, con l’obiettivo non di indagare ma di favorire la presa di consapevolezza del coachee rispetto alle emozioni manifestate in risposta ad un tema specifico.

Affinché il feedback sia neutro ed egoless, cioè privo di giudizio da parte del Coach, è necessario munirsi di un metodo di osservazione che sia il più possibile oggettivo, evitando ogni possibile interpretazione. Lo scopo non è infatti stabilire se il coachee dica o meno la verità, ma dare una restituzione “a specchio” di quanto osservato, facendo seguire il feedback da una domanda di verifica o di approfondimento, sempre e solo nell’interesse del coachee e della sua autoconsapevolezza.


Le emozioni del Coach

Per quanto riguarda invece le emozioni del Coach, sono numerose le situazioni di sessione in cui quest’ultimo potrebbe trovarsi a dover fare i conti con dei potenziali ostacoli. Ad esempio:

  • la paura di non riuscire a controllare tutti gli elementi del processo;
  • la paura di perdersi dietro al coachee, non arrivando da nessuna parte;
  • la rabbia mista al disprezzo per i ritardi o le cancellazioni dell’ultimo minuto;
  • la rabbia nel non capire come il coachee non riesca a vedere possibili alternative che agli occhi del Coach sono ovvie e palesi, se non addirittura banali;
  • la gioia nel capire che il coachee sta realmente beneficiando della sessione;
  • tutte le emozioni del coachee che, per un eccesso di empatia, il Coach rischia di assorbire;
  • le emozioni del Coach legate ad eventi esterni alla relazione di Coaching.

Queste interferenze potrebbero in un primo momento portare il Coach a pensare che sia meglio inibire il più possibile le proprie emozioni e cercare di lasciarle fuori dal processo di Coaching: il coachee potrebbe infatti captarle (tutti siamo predisposti per riconoscere “a pelle” le emozioni negli altri come meccanismo legato alla sopravvivenza), ed essendo queste contagiose, il mood della sessione potrebbe risentirne.

Tuttavia questa strategia potrebbe non ripagare il Coach di tutti i suoi sforzi.
Anche le emozioni del Coach meritano di essere prese in considerazione, comprese ed esplorate, perché raccontano al Coach qualcosa che lo riguarda nel profondo. Inibirle significherebbe perdere una buona occasione per aumentare la propria autoconsapevolezza e per elaborare delle strategie per un’efficace gestione di sé.

Ritagliarsi un tempo, fuori dalle sessioni di Coaching, per fare un focus sulle proprie emozioni, sul perché si stiano provando, riconoscerle a dare loro un nome può essere molto utile al Coach per essere più efficace nella corretta interpretazione del proprio ruolo.
Oltre a questo, focalizzarsi sulle proprie potenzialità, avere maggiore fiducia in se stessi, nel coachee e nel metodo permette di aumentare nel Coach il senso di autoefficacia, sviluppare un approccio ancora più egoless e realmente trasformare dei potenziali ostacoli in opportunità di apprendimento.

Le emozioni, se conosciute, riconosciute e gestite, sono sempre una grande risorsa!
Anche quando apparentemente ostacolanti, in realtà forniscono sempre al Coach informazioni non solo sugli altri ma anche su se stesso e, in qualche modo, lo riconducono “a casa”.

Attivare la propria intelligenza emotiva aiuta a governare meglio il processo di Coaching, apportare eventuali correttivi se la direzione non è quella giusta, anche chiedendo intervisione se necessario, e soprattutto essere maggiormente utili al coachee nella sua presa di consapevolezza e di responsabilità.



 

 

 

 

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